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Le Letture Riva
LA BURRASCA di Alberto Cavanna*

Li aveva sorpresi a metà strada tra la Corsica e Minorca, due giorni dopo la partenza da Genova. Nubi basse e nere nel pomeriggio avevano iniziato ad ammucchiarsi a levante; al tramonto il cielo era completamente coperto e il mare si era gonfiato.
Allora avevano ammainato l’antenna di trinchetto e quella della maestra; a prua avevano issato il pennone con la vela quadra terzarolata e avevano ridotto la latina della mezzana cercando di fuggire il maltempo. Il fortunale li aveva raggiunti in piena notte con piovaschi, frangenti alti quanto il coronamento e raffiche gelate che minacciavano di traversarli continuamente.
Il Caterina, un vecchio pinco di 100 palmi, mostrava tutti i suoi quarant’anni e a ogni ondata sulla poppa balzava in avanti con un movimento ondeggiante, scricchiolando come se stesse per spaccarsi in due.
Poco prima dell’alba il vento era calato completamente ma era rimasto un mare lungo e morto che li faceva rollare pesantemente nonostante le vele cazzate a ferro.
Mentre spegnevano il lume del fanale a poppa si accorsero dell’altra nave.
Nella debole luce di quell’alba di catrame, alla dritta del giardinetto nascosta a tratti dalle onde grigie, c’era una vela. Come il Caterina doveva essere stata colta alla sprovvista dalla burrasca e ora era in balia dei cavalloni. Per tutta la mattina restarono così, appena in vista l’una dell’altra, in attesa che la bonaccia finisse. Il comandante, poco prima di mezzogiorno, riuscì faticosamente a inquadrarla nel cannocchiale e riconobbe uno sciabecco.
Chiamò il secondo e gli porse lo strumento: “O Santa a me madonna! – disse l’uomo senza distogliere lo sguardo, – sun di algerin!”
Il capitano, un vecchio genovese di quasi cinquant’anni, non disse nulla e ripose l’attrezzo che l’altro gli aveva restituito con uno sguardo interrogativo.
“Eh oua?”, gli chiese il giovane.
“Oua ninte… se spéta.”
Attesero e ogni tanto lanciavano un’occhiata per vedere se la nave avesse guadagnato o perso terreno, ma quella rimaneva inchiodata a qualche miglio da loro. La giornata passò, interminabile ed estenuante. Il comandante sentiva le sue vele e quelle dello sciabecco frustare l’aria e cercava sul mare irregolare un segno del vento.
Al tramonto non fece accendere il fanale e notò che lo sciabecco aveva fatto altrettanto. Scrollò la testa preoccupato: non era un buon segno… lasciò una guardia armata e stabilì i turni. Poi se ne andò nel suo alloggio.
Nessuno dormì.
Alle primi luci dell’alba il mare si era disteso e un leggero chiarore a oriente annunciava un poco di vento.
Riprese a osservare l’altra nave.
Non rollava più: le tre grandi vele latine pendevano mosce sottovento, segno che un refolo riusciva almeno a tenerle ferme su un bordo.
Lentamente lo sciabecco aveva iniziato a muoversi.
“Oua i rivan…”, disse il secondo.
Il comandante non commentò ma fece portare in coperta tutte le armi leggere, caricare le colubrine e i cannoni ma senza aprire i portelli.
Non voleva lo scontro. Sapeva che gli altri sarebbero stati meno armati ma più numerosi, almeno il doppio di loro. Guai a tirargli nello scafo… se l’avessero affondato l’unica via di fuga degli assalitori sarebbe stato prendere a tutti i costi il Caterina.
Una bordata in coperta ne avrebbe spazzato via una parte, ma il resto sarebbe comunque saltato a bordo e allora sarebbe stata una strage. Anche se loro avessero avuto la meglio, le perdite sarebbero sempre state tali da rendere difficile, se non impossibile, il ritorno. Dove li aveva sbattuti la burrasca? Quant’era vicino la prima nave o il porto amico, sempre che di amici si trattasse? Un’unica certezza… i suoi dubbi, in quel preciso istante, stavano arrovellando anche l’uomo che comandava l’altra nave.
L’equipaggio si preparò in un silenzio pesante.
Gli uomini passarono un’ora interminabile nascosti dietro all’impavesata, sporgendosi ogni tanto per guardare e cercando di capire cosa stesse accadendo. Lo sciabecco ora avanzava di buon passo e presto riuscirono a distinguere lo scafo e videro piccole figure muoversi.
Quando fu ad un centinaio di metri dal loro specchio, prese ad accostare.
Avanzava a 4 o 5 nodi, 1 almeno più del Caterina e il silenzio era rotto solamente dallo sciacquio delle prue, dal fruscio delle vele, dal rumore dei bozzelli.
Nessuno fiatava e l’aria tesa era rotta ogni tanto da un ordine in genovese o in arabo.
Il comandante tirò fuori la sua sciabola dal fodero, col respiro grosso.
Lo sciabecco ora era vicino. Dal pinco videro una vecchia barca scassata, fasciata con tavole malandate, alcune marce. La burrasca gli aveva fracassato l’antenna della trinchetta che era stata lapazzata con un remo; in coperta erano ammassati vele, cordami e altre cose alla rinfusa tirate su dalla stiva, segno che dovevano aver imbarcato parecchia acqua.
Sul ponte, vestiti con stracci sporchi, una cinquantina di magrebini magri, scalzi e bruciati dal sole, li osservavano silenziosi.
Le due navi erano ormai a dieci metri l’una dall’altra. Sullo sciabecco si preparavano ad accostare: alcuni erano in piedi sul capodibanda con grappini, cime e gaffe, tranquillamente, come per una normale manovra di attracco. Altri sul ponte erano silenziosi, con le mani ossute contratte sulle armi, pronti a saltare a bordo del Caterina.
Il comandante fece aprire i portelli e disse all’equipaggio di alzarsi dal riparo della murata ma senza sparare. I quattro cannoni spuntarono cigolando e gli uomini portarono i moschetti alla spalla, armarono i cani e presero con calma la mira.
Le due navi rimasero così, navigando parallelamente alla medesima velocità, in attesa.
Si avvicinò al capodibanda. Dall’altra parte un uomo più alto, con un grande turbante bianco, fece lo stesso.
“Ou baccan di ‘sti nesci…”, disse il secondo.
Lo zittì con un cenno e infine guardò il suo uomo, sulla nave di fronte a lui. Era appena più giovane. Scuro di pelle, aveva una lunga cicatrice sulla faccia contratta e lo osservava a sua volta con occhi scuri e inespressivi.
Il comandante alzò la sinistra con la palma aperta, poi mostrò i cannoni, le colubrine e i suoi uomini pronti a sparare.
Poi lentamente alzò la sciabola con la punta al cielo, con un lento movimento del polso la mise orizzontale e, lentamente, la posò sul capodibanda.
La sua mano si aprì e si pose, pronta, vicino all’elsa ma senza toccarla.
L’algerino rimase a guardarlo incerto, per un tempo interminabile. Alzò la mano destra e la lasciò ricadere; poi, senza distogliere lo sguardo dagli occhi del genovese, disse qualcosa al suo timoniere.
Lentamente, senza che nessuno si fosse mosso, lo sciabecco iniziò ad allontanarsi.
Sul pinco tutti erano rimasti al loro posto, senza fiatare. Gli uomini continuarono a tenere sotto tiro la nave, accucciati dietro alle culatte o in piedi con i fucili in spalla. Videro le figure immobili divenire confuse, confondersi con il vecchio scafo che divenne tutt’uno con la vela, sparendo oltre l’orizzonte dopo qualche ora.
Rimisero poi a posto ogni cosa con calma mentre il secondo faceva il punto e il Caterina faceva prua su una nuova rotta.

* Alberto Cavanna è nato ad Albisola, in provincia di Savona, nel 1961. Nel 1988 si trasferisce a La Spezia, al Cantiere Navale Valdettaro, dove segue restauri storici, vive a bordo di yacht prestigiosi, conosce personaggi famosi e decide di raccontare queste storie per poterle rivivere. Nel 1999-2000 è direttore di produzione alla Riva.
Pubblica il suo primo libro (Storie di Navi, di Viaggi e di Relitti – Mursia editore) nel 2001. Il secondo (Bacicio do Tin – Corsaro dell’Imperatore e Pirata in Alto Tirreno – Mursia editore) è del 2003 ed è stato Premio Selezione Bancarella 2004. Oggi continua a scrivere, ad andare in barca, a costruire modelli, a disegnare e lavorare in cantiere a Riva Trigoso (Fincantieri, Divisione Navi Militari). Si definisce “Shipwriter & Talebuilder”, cioè un “Narratore di Navi” e un “Carpentiere di Storie”.

Ricerca e selezione dei testi letterari a cura di Linda Kaiser.
Da: Arte Navale, n.24, giugno-luglio 2004.


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